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Un femminismo senza false scelte
Il 9 agosto scorso è morta, dopo una lunga malattia, Marieme Helie Lucas, sociologa algerina, femminista, attivista per i diritti delle donne e il secolarismo. Ha ricoperto posizioni di leadership in gruppi per i diritti umani a partire dagli anni ‘80.
Ha promosso insieme a Maryam Namazie il Centre for Secular Space , la Secular Conference, ed ha rappresentato un punto di riferimento autorevole ed una guida per l’analisi dei rischi di fascinazione del fondamentalismo islamista a sinistra. Fondò Women Living Under Muslim Laws e in seguito Secularism Is A Women’s Issue.
Marieme si rifiutò di accettare che i movimenti fondamentalisti potessero essere difesi semplicemente perché si opponevano all’imperialismo o alle potenze occidentali. Sfidò la sinistra a opporsi al colonialismo e all’imperialismo, confrontandosi al contempo con la destra religiosa. Non accettò mai la falsa alternativa tra combattere il razzismo e combattere il fondamentalismo.
Ha contribuito a costruire una politica femminista internazionale capace di affrontare il fondamentalismo religioso senza capitolare al razzismo e di difendere i diritti universali senza dimenticare la storia coloniale. Ha insistito sul fatto che le donne non potessero essere sacrificate sull’altare della cultura, della comunità, della religione, del nazionalismo o dell’antimperialismo. Ha contestato l’assunto che chiunque nascesse in una famiglia musulmana appartenesse a un’omogenea “comunità musulmana”.
Persino il nome “Donne che vivono sotto le leggi musulmane”, anziché “Donne musulmane”, esprimeva un principio fondamentale della sua politica: il luogo di nascita e le leggi imposte non determinano in cosa si crede, chi si è o chi ha il diritto di parlare in proprio nome.
Il lavoro di molte di noi, e quello di innumerevoli altre persone, si è ispirato alla sua chiarezza di visione, alla sua analisi incisiva, al suo internazionalismo e al suo spirito impavido.
Il luogo di nascita e le leggi imposte non determinano in cosa si crede, chi si è o chi ha il diritto di parlare in proprio nome.
Secularism as a feminist struggleLa laicità come lotta femminista
MAREA-trimestrale femminista è stato l’unico spazio in Italia che ha tradotti molti dei suoi rigorosi interventi. La invitammo a Genova per i 20 anni della rivista e fu protagonista del dibattito di chiusura della settimana di incontri.
Un suo contributo, che pubblicammo su Marea nel 2016, è rimasto per me una mappa essenziale per orientarsi e per difendere e ampliare la laicità come indispensabile pilastro della democrazia, in particolare per custodire i diritti delle donne.
Nell’articolo, che aveva come titolo Qual è la vostra tribù, Marieme Hèlie-Lucas scriveva:
“Nel 1962, dopo sette anni di guerra sanguinosa che ha fatto due milioni di vittime, l’Algeria ha conquistato la propria indipendenza dalla colonizzazione francese. Poco dopo l’indipendenza, alcune di noi furono presentate come Algerine ad alcuni intellettuali di sinistra a Parigi, che avevano sostenuto il nostro movimento di liberazione.
Con mia grande sorpresa, essi insistettero per conoscere non solo la nostra religione (nonostante che noi tutte fossimo atee), ma pure, testualmente, la nostra tribù d’origine. Non si poteva ammettere che non ci riconoscessimo in nessuna religione. Fu per me uno choc e una rivelazione vedere che per quegli intellettuali la cittadinanza delle persone del ‘terzo mondo’ non fosse sufficiente: dovevamo portare dei segni d’esotismo.
Molte persone benintenzionate, in alcuni contesti mussulmani e non, assecondano in buona fede i fondamentalisti e le loro politiche identitarie. Il fondamentalismo esiste sotto svariate forme e varietà, ecco perché preferisco parlare di fondamentalismi. Essi hanno tuttavia delle caratteristiche comuni. In particolare, un elemento chiave della loro politica è il controllo delle donne.
Questo è il caso di tutti i fondamentalismi religiosi: lo possiamo vedere con la destra cristiana negli Stati Uniti, che diffonde la propria visione della moralità assassinando il personale medico che pratica aborti. È il caso dei fondamentalisti musulmani, che promuovono l’apartheid tra uomini e donne in Iran, Sudan, Algeria e Afghanistan. È il caso del Bjp (Bharatiya Janata Party) e del Rss (Rashtriya Swayamsevak Sangh), partiti indù che promuovono la sati (bruciare vive le donne sulle pire dei loro defunti mariti). La lista dei fondamentalismi religiosi con posizioni antifemministe e del loro odio verso le donne è lunga.
Fu per me uno choc e una rivelazione vedere che per quegli intellettuali la cittadinanza delle persone del ‘terzo mondo’ non fosse sufficiente: dovevamo portare dei segni d’esotismo.
Inoltre non possiamo isolare i fondamentalismi religiosi da altre forme di fondamentalismo che non si focalizzano sulla religione, ma che creano insieme delle alleanze ideologiche e politiche, come i fondamentalismi basati sull’etnicità e la cultura, giacché il fondamentalismo non è un movimento religioso, come pretende di essere.
A titolo d’esempio, ecco cosa dichiararono i due principali capi e fondatori fondamentalisti algerini del partito Fis, prima delle elezioni annullate del dicembre 1991 in Algeria, a proposito del loro programma e della democrazia: “Non rispetto né le leggi, né i partiti politici che non hanno il Corano. Li caccio sotto i piedi e li calpesto. Questi partiti devono lasciare Paese, li farò sopprimere. Occorre diffidare di quelli che pretendono che il concetto di democrazia esista nell’Islam. Non c’è democrazia, poiché la sola fonte del potere è Allah, attraverso il Corano, e non il popolo. Se il popolo vota contro la legge di Dio, non è altro che una bestemmia. In questo caso dobbiamo uccidere questi non credenti per la semplice ragione che essi vogliono sostituire la propria autorità all’autorità di Dio”.
Maryam Namazie e Pragna Patel, amiche e collaboratrici di Marieme Hélie-Lucas hanno scritto di lei come della “nostra eroina, mentore, amica e compagna: ci consideriamo fortunate di essere state toccate dalla sua vita”.







