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In Italia quasi una donna su due è inattiva e pochissime raggiungono ruoli apicali. Le assunzioni femminili a tempo indeterminato sono appena il 36,7% del totale e il divario retributivo di genere supera i 20 punti percentuali. Sono questi i dati dell’ultimo Rendiconto dell’Istituto Nazionale per la Previdenza Sociale (INPS), che conferma che il nostro sistema socio-economico continua ad assegnare alle cittadine il ruolo primario di madri e caregiver. Secondo l’economista femminista Azzurra Rinaldi il motivo della loro esclusione dal mercato del lavoro non risiede, infatti, nella scarsa ambizione, né nella mancanza di competenze: è strutturale.

“Il nodo dei servizi per l’infanzia resta emblematico”, precisa l’esperta, docente di Economia politica presso Unitelma Sapienza di Roma, dove dirige la School of Gender Economics, e cofondatrice della società di consulenza e formazione per la parità di genere Equonomics. “Secondo gli ultimi dati disponibili, ogni 100 bambini tra zero e due anni, in Campania sono disponibili appena 13 posti negli asili nido, in Sicilia 14. Numeri che rendono evidente come l’accesso al lavoro, per molte madri, sia di fatto ostacolato dalla mancanza di infrastrutture sociali”. Sette lavoratrici su dieci si dimettono subito dopo la prima gravidanza e quasi una su tre è in part-time “involontario”, dovendosi occupare di figli e parenti anziani o malati. Circa il 70% del lavoro domestico e di cura non retribuito risulta appannaggio esclusivamente femminile (Istat) e l’81% delle donne tra i 36 e i 45 anni non ha nemmeno un’ora al giorno per sé (Unitelma Sapienza).
Ma oltre a essere ingiusta, inefficiente, questa disparità di genere costa all’Europa 370 miliardi di euro all’anno, riferisce l’economista: “Secondo Banca d’Italia, se le donne fossero occupate al 60%, il nostro prodotto interno lordo aumenterebbe di circa sette punti percentuali”.
Come alternativa al modello attuale, basato sul concetto ottocentesco di homo oeconomicus, razionale, egoista e interessato solo al profitto, Rinaldi propone l’“economia femminista”, capace di inglobare in una prospettiva circolare un modello responsabile di produzione e consumo. “Quando mi si chiede perché sono un’economista femminista io rispondo che penso che dovremmo esserlo tutte e tutti”, racconta.
Il problema della dipendenza economica
In una TED conference la docente rivela che il 37% delle italiane non ha un conto corrente e il 22% vive in condizioni di dipendenza economica, contro il 5% delle tedesche, il 7% delle slovene e il 10% delle polacche. Il fenomeno, secondo l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (Ocse), è legato a tre fattori: non poter gestire autonomamente uno shock economico; delegare ad altri la gestione del denaro; ignorare la pianificazione finanziaria di lungo periodo.
L’economia femminista analizza le dimensioni di genere delle dinamiche economiche proponendo prospettive alternative all’attuale modello capitalista. Mettendo in discussione il sistema del libero scambio e la centralità del profitto individuale, questo approccio insiste sulla necessità di un cambiamento radicale di paradigma, ponendo al centro della sua teoria economica la sostenibilità, la giustizia sociale, la cooperazione, la vulnerabilità delle persone e la necessità di ripensare la cura in una prospettiva di reciprocità e interdipendenza dei generi.
Molti di questi comportamenti sono normalizzati dalla cultura patriarcale, continua l’economista, che nel suo primo libro sottolinea come i canoni sociali considerino tuttora “volgari” le donne che parlano di soldi. “Tenere le donne lontane dal denaro significa tenerle lontane dal piacere, dal potere, dal desiderio, dalla libertà, dalla scelta, dalla possibilità di realizzare i propri sogni senza dover dipendere da nessun altro”, aggiunge. “Con il denaro tu puoi creare la tua impresa, puoi investire nella tua formazione, puoi anche uscire da una relazione in cui non sei più felice”. Secondo l’Istituto Nazionale di Statistica (Istat), il 37% di coloro che accedono ai centri antiviolenza è vittima di violenza economica.
Il Gender Pay Gap
Uno degli aspetti più penalizzanti è il divario salariale in base al genere, o gender pay gap. Il Global Gender Gap Report 2025 del World Economic Forum nell’Unione europea colloca il nostro paese all’85° posto su 148, rivelando che qui il reddito medio delle donne è pari al 56,7% di quello degli uomini. Secondo l’Inps nel privato lo scarto raggiunge il 25%, nei settori tecnico-scientifici il 35% e in quello immobiliare il 40%. Essendo destinate a carriere discontinue e part-time, le lavoratrici percepiscono, inoltre, fino al 46% di pensione in meno rispetto ai colleghi.
“La verità è che le donne nel nostro paese, come in tanti paesi ricchi, sono il principale capitale umano, perché secondo Ocse, Eurostat, Alma Laurea sono quelle che si laureano prima e con voti più alti”, ha dichiarato Rinaldi nella Giornata europea per la parità retributiva. “Quando diciamo che le donne smettono di guadagnare, produciamo un deterrente per quelle che vogliono entrare sul mercato del lavoro, ma anche uno specchio, in realtà, delle discriminazioni, perché se il mercato fosse efficiente, a uno più alto capitale umano femminile assoceremmo un salario più alto. Quindi c’è proprio qualcosa che non funziona e noi ce lo spieghiamo attraverso lo stereotipo”.
Stereotipi e tabù
Le discriminazioni economiche legate al genere emergono addirittura nelle “paghette” dell’infanzia, spiega la docente, dimostrando che nelle famiglie americane i maschi ricevono il 50% in più delle sorelle e nel Regno Unito ai bambini fino agli 11 anni viene dato il 20% in più delle bambine, gap che poi salirà al 30%. Ma perché? “Il ragazzo di 13 anni che incontra una ragazza dovrà probabilmente offrirle un gelato, pertanto è giusto che abbia in tasca il denaro necessario” riferisce Rinaldi riportando le risposte dei genitori intervistati che, spiegano, danno soldi alle figlie solo saltuariamente perché quando loro ne hanno bisogno possono chiedere. “Così oltre ad uno squilibrio di trattamento, si insinua un altro tema: quello della dipendenza economica”, commenta l’esperta.
Per poter cominciare a ribaltare la situazione, conclude, bisogna intervenire su tre aspetti fondamentali: genitorialità e cura condivise, flessibilità lavorativa e servizi alle famiglie riconoscendo che il problema riguarda tutte e tutti. “Secondo il Global Gender Gap Report, 138 anni ci separano dalla parità di genere. E noi non vogliamo aspettare”.







