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“Nella Resistenza la donna fu presente ovunque: sul campo di battaglia come sul luogo di lavoro, nel chiuso della prigione come nella piazza o nell’intimità della casa. Non vi fu attività, lotta, organizzazione, collaborazione a cui ella non partecipasse. […] muovendo instancabile il tessuto sotterraneo della guerra partigiana”. Così scriveva la combattente piemontese Ada Prospero Marchesini Gobetti (1902-1968) nel suo “Diario partigiano” (1), che esprime perfettamente lo spirito con cui migliaia di compagne lottarono insieme per liberare il paese dal nazifascismo tra il 1943 e il 1945.
Il suo, infatti, non fu un caso isolato. Nell’Italia dilaniata dalla guerra, occupata dall’esercito tedesco e oppressa dal regime di Benito Mussolini, moltissime cittadine aderirono spontaneamente a quella che la storica e giornalista Benedetta Tobagi definisce “la più grande azione di salvataggio collettivo della storia del paese” (2). Tra l’8 settembre 1943 e il 25 aprile 1945, ossia tra l’Armistizio con gli Alleati e la liberazione, nacquero ovunque sartorie clandestine, dove sacchi di granaglie e vecchi paracadute venivano trasformati in abiti civili per i disertori in fuga.
Molte ragazze divennero “staffette” nascondendo armi, esplosivi e cibo nei cestini delle biciclette e annodandosi messaggi in codice tra i capelli. “Dovevamo agire per non aggravare la situazione, per non sentirci corresponsabili dei massacri”, riferirà anni dopo Tina Anselmi (1927-2016), partigiana, politica e prima ministra della Repubblica italiana. “Noi odiavamo la morte, ma eravamo pronte a impugnare le armi per avere la vita” (3).
“Un maternage di massa”
La storica Anna Bravo parla di un “maternage di massa”: quando la guerra bussò alle porte delle case dove il fascismo le aveva confinate, le donne le spalancarono accogliendo chiunque avesse bisogno di aiuto.
Con estremo coraggio e profonda determinazione lasciarono impronte di scarponi nel fango, solchi di ruote di bicicletta nei sentieri di campagna, orme profonde nella neve ma nella storiografia ufficiale di loro non v’è traccia.
Il numero dei partigiani aumentò progressivamente tra il 1943 e il 1945, fino a raggiungere circa 250.000 combattenti alla vigilia della Liberazione (aprile 1945): secondo l’Associazione Nazionale dei Partigiani d’Italia (ANPI), le donne erano circa 105.000. 35mila di queste erano combattenti, 70mila contribuirono alla logistica, alla propaganda, all’assistenza e all’approvvigionamento dei beni di prima necessità nei Gruppi di difesa della donna. 4.653 furono arrestate e torturate dai nazifascisti, 2.750 vennero deportate nei campi di concentramento in Germania e oltre 2.800 morirono fucilate, impiccate o sul campo di battaglia. Solo 19, però, ricevettero la medaglia d’oro al valor militare dallo Stato italiano.
“Da subito si tentò di sminuirne l’importanza e persino alcuni partigiani faticarono a riconoscerla”, precisa Agnese Palma, dirigente del coordinamento Donne dell’Anpi e della Presidenza dell’Anpi provinciale di Roma. Mi accoglie con un sorriso cordiale nel suo ufficio, elencando le numerose iniziative organizzate in memoria delle partigiane e delle antifasciste capitoline. “Questo atteggiamento (negazionista, ndr) era in parte dovuto a un malinteso senso di protezione e di paternalismo: negli anni ‘40 il condizionamento culturale era molto forte, perché il fascismo le aveva relegate ai ruoli di madri e custodi del focolare”. Il famoso episodio di Carla Capponi (1918-2000) è particolarmente significativo di questa tendenza paternalista assai diffusa, ricorda: “il suo gruppo organizzava a Roma numerose operazioni di guerriglia urbana ma le negava le armi, così lei rubò una pistola a un poliziotto e diffidò chiunque di togliergliela”.
Molti combattenti vietarono alle compagne di sfilare per celebrare la liberazione il 25 aprile 1945, oggi festa nazionale, perché, vedendole in pantaloni e sapendo che avevano vissuto in ambienti promiscui, sarebbero state malviste. “Ma molte si ribellarono, come si evince da alcune foto che le ritraggono in strada armi in pugno e sguardo fiero”, prosegue Palma. “Il loro intento, infatti, non era solo cacciare i tedeschi e il regime, ma soprattutto emanciparsi dal gioco patriarcale. Quell’esperienza collettiva rafforzò la loro consapevolezza politica spronandole a ottenere traguardi storici immediati, come il diritto di voto, conquistato nel 1945 ed esercitato l’anno successivo”. 21 Madri Costituenti furono elette all’Assemblea incaricata di redigere la Costituzione. “Pur avendo diversi orientamenti politici, raggiunsero risultati significativi”, aggiunge. “Nacque anche l’Unione delle Donne Italiane (UDI), poi rinominata Unione delle donne in Italia per includere le straniere residenti nel paese: un faro nella lotta per i diritti dell’infanzia, per il diritto al lavoro, per le leggi sull’aborto e sul divorzio e contro la violenza di genere”.
Profili diversi
È un tiepido pomeriggio di fine estate, una luce dorata avvolge il profilo maestoso dell’acquedotto romano che attraversa il Quadraro, quartiere della periferia sud-orientale di Roma divenuto uno dei simboli della Resistenza capitolina.
In un piccolo bar incontro Maria Lucia Schito e Silvia Scognamiglio, appassionate di letteratura e professioniste dell’audiovisivo che, con la collega Giulia Morelli, hanno realizzato “Mis(S)conosciute – Staffetta partigiana”, uno speciale dell’omonimo podcast ideato per “liberare dalle parentesi le storie di scrittrici lette – ma non troppo – degli ultimi 60 anni”.
“L’idea è nata in occasione del 25 aprile 2020: non potendo manifestare per via della pandemia, abbiamo chiesto a chi ci seguiva su Instagram di raccontarci storie di donne che avevano lottato contro il nazifascismo”, spiega Schito. “Il materiale raccolto confluì in un podcast pubblicato l’anno seguente in forma di narrazione corale in cui appassionate e studiose di quel periodo si passano idealmente il testimone proprio come in una staffetta parigiana”. Tra le protagoniste: Joyce Lussu, Marisa Ombra, Maria Teresa Regard, Ada Gobetti, Giovanna Zangrandi, Elena Bono, Jenide Russo, Fausta Cialente e Alba De Cespedes.
“Ebbero tutte vite interessantissime”, prosegue, “e uno degli aspetti che colpisce maggiormente è la loro incredibile diversità: erano contadine, operaie, borghesi, nobili, intellettuali, casalinghe che presero il posto degli uomini, impegnati al fronte o in prigione. Fu un momento molto importante per la storia delle donne in Italia: nelle brigate partigiane erano allo stesso livello dei maschi, anche se spesso si vedevano negare le armi o la partecipazione alle azioni più pericolose. I compagni di Giovanna Zangrandi, per esempio, non volevano che li raggiungesse in montagna, anche se lei conosceva quei sentieri meglio di chiunque altro. Era laureata in chimica, arrampicava, insegnava sci e disegnava mappe molto precise del territorio al confine con l’Austria, dove viveva, indicando come piazzare gli ordigni”.
Nel dopoguerra, quando gli uomini pretesero di ripristinare i vecchi equilibri, nessuna fu più disposta ad accettarli. “Nara Marconi, operaia tessile nata a Prato (Firenze) da una famiglia contadina anarchica e molto colta, divenne partigiana da giovanissima per portare i viveri al padre asserragliato sui monti”, interviene Scognamiglio. “Anni dopo, rielaborando quell’esperienza, comprenderà di essere qualcos’altro, oltre che operaia, contadina, figlia”. Finita la guerra fonderà circoli femministi e il primo consultorio autogestito della sua città.
Non solo armi

Molte donne si opposero al regime attraverso la stampa clandestina, come Marisa Ombra (1925-2019), che con la famiglia realizzava in casa la rivista comunista “Il lavoro” e rudimentali volantini contro la guerra.
“Un altro esempio interessante è quello di Fausta Cialente (1898-1994), tra le principali scrittrici italiane del Novecento”, continua Scognamiglio. “Trasferitasi in Egitto col marito, questa raffinata intellettuale militò nell’antifascismo collaborando attivamente alla contropropaganda britannica con una trasmissione a Radio Cairo”.
Sarebbe sbagliato, infatti, ridurre la lotta partigiana a un semplice “fatto d’armi”, conferma a Medfeminiswiya la storica delle donne e giornalista Valeria Palumbo. “Vorrei ricordare, per esempio, le cosiddette Monument Women che salvarono il nostro patrimonio artistico e culturale. Penso soprattutto a Palma Bucarelli, allora direttrice della Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma, che oltre a nascondere le opere fece propaganda attiva contro i nazifascisti. Fernanda Wittgens, invece, dirigeva la Pinacoteca di Brera a Milano: salvò Il Cenacolo, la quadreria dell’Ospedale Maggiore e offrì protezione agli ebrei durante i rastrellamenti. Finì in carcere, dove scrisse una bellissima lettera alla madre nella quale chiedeva “Se non in questi momenti, quando gli intellettuali devono impegnarsi?”
La Resistenza femminile ci ha lasciato anche una straordinaria eredità letteraria e intellettuale, aggiunge Palumbo. “Alcune partigiane hanno scritto romanzi bellissimi, come L’Agnese va a morire di Renata Viganò. La protagonista è un’antieroina: matura, sovrappeso, incapace di sparare ma partecipa comunque alla lotta e uccide addirittura un tedesco, vendicando il marito. Un’altra autrice di rilievo è Giovanna Zangrandi, ma è tuttora poco letta. Maddalena Rossi, invece, fu una Madre costituente che lottò per la difesa delle donne violentate in Ciociaria nel 1944 dalle truppe portate dai francesi, mentre Laura Corti è stata una delle più importanti ambientaliste ed ecologiste del nostro paese”.







