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A giugno 2025 Coop Alleanza 3.0, la principale cooperativa di consumatori che gestisce le attività di acquisto e distribuzione di generi alimentari in Italia, ha annunciato il ritiro da circa 350 punti vendita di alcuni prodotti israeliani. Il comunicato definiva la scelta “coerente con i propri valori di pace e sostegno ai diritti umani” violati dalla guerra in corso a Gaza da ottobre 2023. Ma oltre a eliminare la salsa tahina, alcune referenze di arachidi e gli articoli del marchio Sodastream, la Coop rendeva anche disponibile sul suo servizio di spesa online una bibita fino a quel momento introvabile nel paese: la Gaza Cola.
Creata nel 2023 dal regista e attivista di Nablus Osama Qashoo, rifugiato a Londra dal 2003, questa bevanda analcolica, disponibile con e senza zucchero, pur ricordando la celebre bibita statunitense è “apartheid free”. La sua iconica lattina rossa, decorata con un motivo che richiama la tradizionale kefiah, ha i colori della bandiera palestinese e la scritta in calligrafia araba: elementi grafici che evocano gli ideali della resistenza e della lotta alle grandi multinazionali che “investono nel commercio armato” prediligendo un approccio etico e solidale. Parte del ricavato è, infatti, destinato alla ricostruzione dell’ospedale Al-Karama, storico punto di riferimento per le comunità del Nord di Gaza, gravemente danneggiato dai bombardamenti israeliani.
“Foodpolitik” e activist branding
La diffusione di questa bevanda rientra in un più ampio movimento di boicottaggio che prende di mira le aziende ritenute sostenitrici del governo di Netanyahu come Coca Cola, che è stata criticata aspramente per i suoi stabilimenti nell’insediamento industriale di Atarot, nella Gerusalemme Est occupata (1).
Il modello di activist branding su cui si basa la Gaza Cola, invece, combina concretamente consumo etico e attivismo politico. Prodotta in Polonia con ingredienti esclusivamente palestinesi, è importata nel Regno Unito e da lì distribuita tramite rivenditori indipendenti in diversi paesi, come Spagna, Australia, Sudafrica e Kuwait.
Un sistema di “doppia solidarietà”

“In Italia la Gaza Cola è diffusa soprattutto a Milano e a Roma, grazie ai centri sociali Forte Prenestino e La Strada, e nei molti Festival della Resistenza che si svolgono d’estate un po’ ovunque, da Carrara a Varese, ma anche al Sud e in Sardegna”, spiega Violetta Tonolli, responsabile della comunicazione del Festival Gaza Freestyle e coordinatrice della campagna S.O.S. Gaza, due progetti di solidarietà e mutuo soccorso che si occupano della sua distribuzione dal basso nel paese (2).
“Finora, la sua commercializzazione ci ha permesso di raccogliere circa 80mila euro. Una parte di questi proventi è stata devoluta per la ricostruzione dell’ospedale, di cui si occupa direttamente Osama (Qashoo, ndr), ma il resto è confluito nella nostra raccolta fondi a sostegno di diverse iniziative nella Striscia, in un sistema di doppia solidarietà”.
Le attiviste e gli attivisti di Gaza Freestyle, infatti, negli anni hanno creato forti legami di amicizia, fratellanza e sorellanza con molte persone palestinesi, che dall’inizio del genocidio hanno messo a disposizione della popolazione le proprie competenze e capacità dando vita a progetti realizzati grazie al loro sostegno economico. “In una prima fase, totalmente emergenziale, abbiamo affrontato la gravissima mancanza di ogni genere di prima necessità allestendo una cucina popolare e distribuendo regolarmente acqua potabile”, ricorda Violetta. “Ora riusciamo a sviluppare progetti più a lungo termine dedicati all’educazione, al supporto psicosociale e alla salute”.

A Deir al Balah è stato creato un centro polifunzionale composto da una tenda clinica e una tenda scuola. La prima è gestita da due fratelli infermieri, Abdelhady e Karim, che ogni giorno offrono cure di base a persone che altrimenti non avrebbero accesso ai servizi sanitari e che ospita anche un pediatra, un’ostetrica e altri medici specializzati. “La seconda tenda, invece, è coordinata dalla loro madre, un’insegnante che con lo scoppio della guerra aveva perso il lavoro e oggi consente a decine di bambine e bambini di continuare a studiare condividendo momenti di convivialità”. Nella zona, infatti, vivono numerose famiglie sfollate per le quali avere un centro di riferimento è molto importante. “Tra Khan Younis, Deir al Balah e Gaza City abbiamo sette tende scuola di vari gradi gestite da diversi referenti”, precisa l’attivista.
A Khan Younis, lo chef e pizzaiolo palestinese Mohamed Alamarin coordina una cucina popolare che ogni giorno prepara circa 300 pasti distribuiti in loco e nelle aree più remote del territorio grazie a un apposito “Food track”. “Da qualche mese c’è anche una tenda di supporto psicologico”, aggiunge Violetta. “È gestita da una giovanissima psicologa, Islam, che supporta le persone sia con gruppi di ascolto collettivo, soprattutto per donne e bambini, sia con incontri individuali”.

Solidarietà femminile

Durante l’ultima edizione del Gaza Freestyle Festival, nel 2023, era nata l’idea di creare un forum per le donne che avrebbe organizzato attività di mutuo aiuto e gruppi di ascolto al femminile grazie alla collaborazione di associazioni femministe presenti sul territorio, come Union of Palestinian Women’s Committees (UPWC). “Dopo lo scoppio della guerra, molte di loro si sono mobilitate per sostenere le donne gazawi”, ricorda Violetta. “Abbiamo chiesto quale fosse la loro esigenza principale e ci hanno risposto che mancava soprattutto materiale igienico, in particolare assorbenti femminili. Così, abbiamo coordinato un’ampia raccolta e poi abbiamo spedito tutto in un enorme container, che però è rimasto bloccato per mesi a Rafah prima di riuscire a entrare a Gaza.
Successivamente, abbiamo creato @women_withgaza, una campagna che supporta gruppi di donne impegnate nella distribuzione di cibo nel proprio territorio. Da qualche mese è stato aperto anche un forno gestito da una donna, Soad, e altre quattro gazawi che, oltre a sfamare circa 50 famiglie, hanno raggiunto una certa indipendenza economica affittandolo di tanto in tanto”.







