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La vittimizzazione terziaria delle donne che subiscono violenza

Federica Aracoby Federica Araco
1 September 2025
La vittimizzazione terziaria delle donne che subiscono violenza

Flaminia Saccà insegna Sociologia dei fenomeni politici a La Sapienza di Roma ed è la responsabile del progetto di ricerca “STEP Stereotipo e pregiudizio” e dell’Osservatorio indipendente sui media “STEP. Ricerca e informazione”. Da anni indaga il modo in cui la violenza contro le donne viene affrontata in ambito giudiziario e mediatico in Italia, analizzando i numerosi bias che distorcono la narrazione del fenomeno e le loro conseguenze. L’intervista di Medfeminiswiya.

This post is also available in: Français (French) English العربية (Arabic)

In Italia la mentalità patriarcale distorce la narrazione sulla violenza di genere depotenziando l’efficacia delle istituzioni che tentano di arginarla. In molti casi, influenza persino le sentenze dei tribunali, che spesso esprimono empatia verso gli aggressori mitigandone le pene.

Ne abbiamo parlato con Flaminia Saccà, docente di Sociologia dei fenomeni politici all’Università la Sapienza di Roma e responsabile scientifica del progetto di ricerca accademica STEP, Stereotipo e Pregiudizio e dell’Osservatorio indipendente sui media contro la violenza nel linguaggio sulle donne STEP. Ricerca e Informazione.

Professoressa Saccà, cosa emerge dalla vostra indagine?

Nel primo progetto di ricerca accademica “STEP, Stereotipo e Pregiudizio” abbiamo analizzato 282 sentenze pubblicate tra il 2017 e il 2019 e raccolte per cattive pratiche da un gruppo di avvocate, magistrate e procuratrici.

Non possiamo dire quale percentuale rappresentino rispetto al totale perché non esiste in Italia un repertorio nazionale consultabile delle sentenze in materia di genere ma, pur non essendo cifre statisticamente affidabili, sono comunque molto significative. Dimostrano, infatti, che gli stereotipi e i pregiudizi di stampo patriarcale influenzano i processi riflettendo e rinforzando le asimmetrie di potere tra uomini e donne, che sono alla base della vittimizzazione secondaria e terziaria.

Che differenza c’è tra i due fenomeni?

Parliamo di vittimizzazione secondaria quando le istituzioni e il sistema della produzione culturale di un paese tendono a ripartire la responsabilità di un crimine tra vittima e carnefice. Nel cercare di accertare i fatti, si tenta, cioè, di capire quanto lei ci abbia messo del suo: se, per esempio, era vestita in modo provocante, se aveva atteggiamenti esasperanti, se lo tradiva, se era ubriaca…

Questo atteggiamento culturale alimenta una modalità narrativa completamente distorta e stereotipata che invade lo spazio pubblico influenzando persino le aule dei tribunali: nelle sentenze analizzate la cultura patriarcale, infatti, spesso prevale rispetto ai codici. Se io culturalmente non vedo uomini e donne come persone poste sullo stesso piano, ossia portatrici degli stessi diritti, e racconto le donne, anche quando sono vittime, in maniera diversa, in qualche modo questo poi predispone anche l’ambito giudiziario a far sì che le donne vengano credute meno, vengano ritenute meno vittime e, in parte, anche colpevoli dei crimini che sono stati agiti contro di loro. Di conseguenza, avranno più difficoltà a ottenere giustizia e nella letteratura internazionale quando una vittima denuncia e va in tribunale e il tribunale non le riconosce giustizia si parla di vittimizzazione terziaria.

Cosa si intende, invece, per “Himpathy”?

Quando, per esempio, il giudice empatizza con il femminicida si parla di “Himpathy”, un termine inglese creato dalla filosofa australiana Kate Manne per indicare il flusso di empatia che viene ritirato dalle donne vittime di violenza e indirizzato verso i loro aggressori. Ritengo che spieghi perfettamente come una serie di costruzioni retoriche, sia nella stampa che nei tribunali, tenda a deresponsabilizzare gli uomini maltrattanti riconoscendo loro tutta una serie di attenuanti. Alcuni casi sono eclatanti.

Può farci qualche esempio?

La Corte di Assise di Modena ha recentemente riconosciuto le attenuanti generiche a Salvatore Montefusco condannandolo a 30 anni per avere ucciso a fucilate la moglie, Gabriela Trandafir, 47 anni, e la figlia della donna, Renata, 22, per “motivi umanamente comprensibili”.

Nel primo progetto STEP 2017-2019 analizzammo anche un caso in cui un giudice in una sentenza di primo grado scriveva che l’omicida era un uomo, sì, notoriamente violento ma aveva fatto di tutto per controllarsi, invece la donna, ubriaca, che sicuramente gli urlava contro, doveva averlo esasperato al punto da spingerlo a compiere il gesto estremo. Così lui alla fine, poveretto, non potendone più e colto da raptus, un raptus che, come sappiamo, scientificamente non esiste, aveva preso un coltello e l’aveva uccisa. Non c’erano testimoni ma il giudice nella sua fantasia aveva ricostruito la scena a partire dai propri pregiudizi contro la donna per cui in tutta la prima parte della sentenza la colpa, di fatto, veniva imputata a lei.

Quali sono i bias più ricorrenti nelle sentenze che avete analizzato? 

Un bias molto diffuso riguarda la tipologia di vittima: se è “senza macchia”, come nel caso di Giulia Cecchettin, allora giudici e giornalisti sono più inclini a riconoscerla come tale. Se, invece, si tratta di donne adulte, emancipate, libere, allora al di là dei codici prevale un certo giudizio morale, che si fa più pesante nei confronti di una prostituta, una trans o una persona omosessuale. Un altro bias è quello della romanticizzazione, che è pericolosissimo perché se si crede che lui la amava tanto e per questo era geloso, se si dice che l’ha uccisa nel momento in cui lei lo aveva lasciato, allora si confonde l’amore con il possesso, la passione con la prevaricazione, la gelosia con la violenza. Molto frequente è, inoltre, il bias del raptus, anche se per fortuna è sempre più raro, almeno stando all’ultimo rapporto del nostro Osservatorio indipendente sui media. I risultati del monitoraggio del 2024, “Quei bravi ragazzi”, mostrano, infatti, che nei 3671 articoli di 25 quotidiani nazionali analizzati il termine compare solamente nel 3% dei casi. Tuttavia, risale al 34% quando le vittime dei femminicidi sono anziane o non autosufficienti. Abbiamo studiato il caso di una donna che la stampa ha descritto come depressa: dopo 30 anni di matrimonio suo marito avrebbe deciso di ucciderla “per liberarla dal suo male”. Un’altra, portatrice di handicap che da tempo non riusciva più a lavarsi né a muoversi da sola, è stata uccisa dal marito e il fatto è stato descritto quasi come un gesto di benevolenza. Il sociologo Émile Durkheim parlò dei vari tipi di suicidio analizzando anche quello cosiddetto “altruistico” che riguardava chi si toglieva la vita ritenendo di essere un peso per la famiglia e per la società. Abbiamo trovato la stessa cornice interpretativa nei femminicidi di anziane da parte degli uomini che maggiormente avrebbero dovuto aiutarle. Ma cosa sarebbe successo se fosse accaduto il contrario, se, cioè, una moglie avesse ucciso il proprio marito depresso, malato o non più autonomo? Sicuramente la rappresentazione sociale sarebbe stata molto diversa.

Come invertire la rotta?

Negli ultimi venti anni il modello spagnolo ha ampiamente dimostrato che l’educazione all’affettività nelle scuole e i percorsi formativi per giudici, avvocati e agenti di polizia sono essenziali per arginare il fenomeno, oltre alla creazione di tribunali specializzati in violenza di genere. Anche noi eroghiamo corsi di formazione per chi lavora nel campo dell’informazione, dell’avvocatura, per i magistrati e per le forze dell’ordine con l’obiettivo di formare professionisti consapevoli, ma c’è ancora molto da fare.

 
Federica Araco

Federica Araco

Federica Araco is an Italian journalist who has worked as an editor and translator for the Italian version of the online magazine Babelmed for 9 years. She was editor-in-chief of the quarterly "The Trip Magazine" dedicated to travel and photography. Federica has contributions in several other Italian magazines as well, such as: LiMes, Internazionale, and Left. The stories and topics she covers are often related to gender, feminism, multiculturalism, social exclusion, migration issues, the environment and sustainable development. Since 2016, she has started publishing travel photo essays on her personal blog.

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