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Immagine di copertina: Francesca Albanese in un fotogramma di “Disunited Nations”.
Francesca Albanese è un’avvocata italiana specializzata in diritto internazionale e una figura centrale nell’attuale dibattito sulla Palestina. Da quando, nel 2022, è diventata Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sui diritti umani nei Territori palestinesi occupati, denuncia fermamente l’occupazione, l’apartheid e il genocidio perpetrati dal governo israeliano contro la popolazione inerme. Le sue approfondite analisi giuridiche basate su numerose fonti, testimonianze e documenti ufficiali la rendono particolarmente scomoda per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e i suoi alleati, che tentano di silenziarla con ogni mezzo.
Malgrado la sistematica denigrazione del suo lavoro, i feroci attacchi personali, le accuse infondate e le frequenti minacce, lei non desiste, portando avanti le proprie indagini con estremo rigore e professionalità.
Una voce fuori dal coro
Come giurista indipendente, Albanese lavora “pro bono” insieme ad altr* 46 espert* che monitorano per conto del Consiglio ONU per i diritti umani diverse aree di crisi. Lei ha il compito di analizzare l’impatto delle politiche israeliane nei Territori occupati dal 1967 e redigere rapporti sui devastanti effetti della guerra in corso.
In “Anatomia di un genocidio” (luglio 2023) e ne “Il genocidio come cancellazione coloniale” (ottobre 2024) la relatrice usa per la prima volta questo termine ufficializzando il drammatico bilancio che allora contava già 30 mila morti, 12 mila dispersi sotto le macerie e circa 71 mila feriti gravi. I due testi denunciano, inoltre, le atroci sofferenze inflitte ai bambini rivelando il vero intento dell’offensiva a Gaza: distruggere i palestinesi come gruppo. Persino il gergo del diritto umanitario usato da Israele appare chiaramente finalizzato a giustificare il proprio attacco abolendo la distinzione tra obiettivi civili e militari in aperta violazione delle convenzioni internazionali. Tra le azioni da lei definite “perfide” commesse dall’esercito israeliano rientrano anche le continue evacuazioni di intere comunità verso zone cosiddette “sicure” che poi vengono bombardate dall’esercito e l’uso della fame come arma per decimare i sopravvissuti.
Il suo terzo rapporto, “Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio” (luglio 2025), dimostra, invece, come numerose aziende, soprattutto americane – tra cui Microsoft e Airbnb –, guadagnino dall’occupazione grazie al turismo nei siti sotto il controllo militare israeliano e al commercio dei prodotti agricoli degli insediamenti. Il testo ricostruisce il progressivo passaggio da una logica di controllo territoriale a un sistema che impone alla popolazione condizioni di vita insostenibili, tra segregazione, demolizioni arbitrarie e controllo di risorse fondamentali come acqua, elettricità e carburante.
Un crimine collettivo

All’ottantesima sessione dell’Assemblea generale dell’ONU, il 28 ottobre scorso, la giurista ha presentato “Genocidio a Gaza: un Crimine Collettivo”, dove accusa oltre sessanta paesi di essere complici delle atrocità commesse nella Striscia da Netanyahu tramite il loro supporto militare, diplomatico ed economico. Stati Uniti, Germania e Italia sono i maggiori fornitori di armi a Israele che, senza l’appoggio europeo e americano, non avrebbe potuto compiere una così vasta offensiva violando impunemente il diritto internazionale. Secondo l’ambasciatore italiano all’ONU Maurizio Massari questo report è “totalmente privo di credibilità e imparzialità” mentre il suo collega israeliano ha definito l’autrice “una strega” parlando del documento come di “un’altra pagina del suo libro di incantesimi”.
“È grottesco e francamente delirante che uno stato genocida non sia in grado di rispondere alla sostanza delle mie conclusioni e che la cosa migliore che riesca a fare sia accusarmi di stregoneria. Se avessi il potere di fare incantesimi, non lo userei per vendicarmi, ma per fermare i vostri crimini una volta per tutte”.
“È grottesco e francamente delirante che uno stato genocida non sia in grado di rispondere alla sostanza delle mie conclusioni e che la cosa migliore che riesca a fare sia accusarmi di stregoneria”, ha risposto Albanese. “Se avessi il potere di fare incantesimi, non lo userei per vendicarmi, ma per fermare i vostri crimini una volta per tutte”.
Le ritorsioni della diplomazia internazionale
Dopo una fallimentare campagna di pressione sull’ONU per revocarle l’incarico, a luglio 2025 il segretario di stato americano Marco Rubio le ha imposto pesanti sanzioni includendola nella lista degli Specially Designated Nationals, solitamente riservata a trafficanti di droga e di armi. L’esperta di diritto internazionale è stata accusata di “antisemitismo e sostegno al terrorismo” e “disprezzo nei confronti degli USA e di Israele”: le sono stati bloccati i conti bancari, le è stato vietato di collaborare con le università statunitensi, di entrare nel paese – dove vive la famiglia – e di usufruire delle sue proprietà Oltreoceano. “Sono una madre di una cittadina americana, mio marito lavora per un’organizzazione che è negli Stati Uniti, quindi capite che mi colpiscono al cuore. Mia figlia tecnicamente è passibile di arresto e pene pecuniarie fino a 1 miliardo per avermi preparato un caffè o per aver preso la mia colazione” ha riferito Francesca Albanese in una conferenza al Senato italiano a settembre 2025.
L’11 febbraio scorso le sono state mosse altre accuse di antisemitismo dal ministro degli esteri francese Jean-Noël Barrot e da altri politici europei, che hanno chiesto le sue immediate dimissioni. Lei si è difesa dimostrando che il video nel quale avrebbe definito Israele “nemico dell’umanità” era stato evidentemente manipolato. “Siamo in una fase orwelliana, in cui la menzogna è verità e la verità menzogna”, ha dichiarato.
Il grave incidente diplomatico è stato successivamente tramutato in un richiamo ma la tensione istituzionale nei suoi confronti resta molto elevata.
Più di mille intellettuali dalla sua parte
Il documentario “Disunited Nations” di Christophe Cotteret denuncia l’indebolimento delle Nazioni unite raccontando l’impegno, il coraggio e la profonda umanità di questa paladina del diritto internazionale.
Il 26 febbraio più di mille intellettuali hanno chiesto ai ministri di diversi paesi di cessare gli attacchi contro di lei, presentarle pubbliche scuse e riaffermare il loro impegno nei confronti dell’indipendenza e dell’integrità delle Nazioni unite.
Poiché chi ricopre un mandato ONU non può citare in giudizio uno stato membro, il 27 febbraio suo marito e suo figlio hanno depositato un ricorso al tribunale distrettuale degli Stati Uniti sostenendo che il provvedimento del governo a suo carico sia incostituzionale.
“Le sanzioni vengono abusate quando mirano a mettere a tacere punti di vista sgraditi e a violare i diritti costituzionali di persone che il governo non gradisce” precisa il fascicolo.
Il dipartimento di Stato americano ha rifiutato di commentare la vicenda.







