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Immagine principale: Giovani “picciotti”, mafiosi siciliani, della fine del XIX secolo. Wikimedia Commons.
La leggenda narra che le tre storiche mafie italiane furono fondate dai cavalieri spagnoli Osso, Mastrosso e Carcagnosso che, dopo aver vendicato con il sangue l’onore violato della sorella, nel 1412 fuggirono sull’isola di Favignana, in Sicilia, dove scrissero un codice per iniziati basato sull’onore e sull’omertà. Si narra, poi, che Osso rimase sul territorio, fondando Cosa Nostra, Mastrosso andò in Calabria, creando la ‘Ndrangheta, mentre Carcagnosso nel Regno di Napoli avviò la Camorra (1).
Seppur con differenze significative, le tre organizzazioni condividono lo stesso sistema gerarchico appannaggio esclusivamente maschile che si impone con violenza su un territorio e sui suoi abitanti riflettendosi persino nei rapporti tra i sessi.
Tradizionalmente escluse dai rituali di affiliazione e dai posti di comando, le donne dei clan, infatti, hanno sempre svolto funzioni subalterne: trasmettevano i messaggi dei boss reclusi, offrivano supporto logistico ai latitanti e insegnavano i valori mafiosi alle nuove generazioni. Da qualche decennio, però, il loro ruolo nei gruppi criminali sta diventando più complesso e articolato.
Ma la presenza femminile nella criminalità organizzata italiana è stata a lungo sottovalutata dalla magistratura che, secondo un rapporto dell’Osce (l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa), ha risentito di una sorta di “paternalismo giudiziario” influenzato dagli stereotipi di genere.
Le prime condannate per associazione mafiosa risalgono, infatti, solo alla fine del Novecento (2), ma da allora i numeri sono in costante aumento. L’Associazione Antigone, impegnata nella tutela dei diritti nel sistema penale italiano, riferisce che le donne sottoposte al regime di 41 bis (3) nel 2003 erano 4, nel 2022 12 e nello stesso anno i circuiti di alta sicurezza per reati mafiosi ospitavano 218 detenute.
“Le organizzazioni criminali, soprattutto le più tradizionaliste, ossia Cosa Nostra e ‘Ndrangheta, nascono nelle parti più ortodosse delle società del Sud Italia, caratterizzate da un retaggio fortemente patriarcale e da un sistema valoriale che mira a servire un certo tipo di virilità, entro cui il ruolo della donna viene poi misurato, con notevoli differenze”, riferisce a Medfeminisiwiya Anna Sergi, ordinaria di sociologia del diritto e della devianza all'università Alma Mater di Bologna, honorary professor dell’università di Essex (UK) e dell’università di Melbourne. “Cosa Nostra dagli anni Novanta si è aperta a una diversa formazione criminale abbandonando la sua dimensione prettamente familistica, a eccezione di alcuni casati. La Camorra, invece, essendo più orizzontale, include chiunque possa aiutare, anche le donne, da sempre più presenti nei clan campani che in quelli calabresi”.
Il codice patriarcale mafioso
Le “sorelle di omertà”, ossia le femmine legate alle cosche, in particolare quelle di ‘Ndrangheta, sono considerate patrimonio morale e simbolico della famiglia di appartenenza. “Tutto ciò che avviene nell’Ndrangheta avviene per la donna: per lei si commettono delitti d’onore, per lei si mantiene l’onore e per lei si insegna l’onore”, precisa Sergi. “Oltre a essere un’ancella dell’educazione mafiosa, perché trasmette i valori della vendetta e dell’omertà, insegnando ai piccoli a fare i maschi affinché la famiglia mantenga la propria reputazione, la donna non può tradire e se viene guardata da un altro uomo si scatena la faida”. Padri, fratelli e figli esercitano su di lei un controllo totale, soprattutto quando il marito è in carcere, poiché se la moglie resta incorruttibile e inavvicinabile lo sarà anche lui, rifiutandosi, per esempio, di collaborare con la giustizia.
“Non può uscire da sola e non può frequentare persone sgradite ai maschi che la proteggono e questi valori sono trasmessi di madre in figlia insieme alla convinzione che alcuni comportamenti vadano evitati per non innervosire gli uomini, come se fosse loro responsabili di come si sentono”.
Il codice mafioso si esprime soprattutto attraverso il controllo dei corpi e della sessualità: agli affiliati è, infatti, imposta una rigida monogamia, essendo il matrimonio il banco di prova della loro affidabilità nella “famiglia allargata”. Il valore di una moglie, invece, si misura in base alla sua capacità di dare al marito un figlio maschio che gli faccia da erede, mentre le femmine vengono “messe a reddito” con matrimoni funzionali a consolidare alleanze, conquistare territori e aumentare il prestigio del clan. “Nessuno si sposa per amore”, precisa la docente.
Semplici prestanome o vere imprenditrici in carriera?
“L’entrata di Cosa Nostra nei circuiti del narcotraffico e la conseguente necessità di riciclare il denaro illecito ha creato compiti lavorativi più slegati alla violenza di tipo maschile e più adatti alle caratteristiche fisiche e culturali femminili”, scrive Ombretta Ingrascì, ricercatrice dell’università degli Studi di Milano (4). Ma la loro presenza servirebbe più a preservare il patrimonio del clan che a mettere in discussione le tradizionali strutture di potere. La detenzione dell’uomo è, infatti, ancora il presupposto fondamentale affinché la donna possa assumere un ruolo di comando, con una delega temporanea quanto la sua assenza. “In molti casi sorelle o figlie più giovani vengono scelte come intestatarie di beni e aziende secondo i normali canali di fiducia familiare per l’idea che diano meno nell’occhio e perché ci si aspetta che dicano di sì”, aggiunge Sergi. “In questi contesti, d’altronde, le femmine sono considerate proprietà maschile sin dalla nascita: essere figlie o sorelle conferisce loro identità, senza bisogno di riti di affiliazione”.

Nei clan presenti nel Nord Italia, più moderni e secolarizzati, le ragazze diventano avvocate, commercialiste, esperte di finanza e spesso gestiscono le aziende di famiglia, avendo le giuste competenze e nessun precedente penale. “In Piemonte o in Lombardia studiano quasi tutte perché l’educazione è più accessibile e perché questa è l’aspettativa sociale”, spiega Sergi. “Ma nei paesini calabresi prevale ancora una mentalità conservatrice. Lì le giovani, mafiose e non, vivono nella perenne ambiguità di dover scegliere tra la falsa sicurezza di una famiglia soffocante e limitante, ma comunque presente, e un’alternativa inesistente”.
Il termine mafia deriverebbe dall’arabo marfud, in siciliano marpiuni, imbroglione, da cui marpiusu-mafiusu, ma da quando, nel 1963, il gangster italo-americano Joe Valachi rivelò agli inquirenti che boss e affiliati siciliani la chiamavano Cosa Nostra, questa definizione divenne la più usata. ‘Ndrangheta deriverebbe, invece, dal greco andragathía, virilità, coraggio, mentre Camorra in spagnolo significa contesa, rissa. Alle tre mafie storiche si sono successivamente aggiunte la Sacra Corona Unita pugliese e le mafie foggiane.
La camorrista Anna Mazza fu condannata nel 1987 e Giusi Vitale, di Cosa Nostra, nel 1998.
Il regime detentivo speciale 41bis fu introdotto nell’ordinamento penale italiano nel 1992, dopo gli attentati di Cosa Nostra ai magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Il suo obiettivo è isolare i boss detenuti per non farli comunicare con gli affiliati in libertà.
Ombretta Ingrascì, “Donne d’onore: storie di mafia al femminile”, Mondadori, 2005.



