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Immagine principale: Reginetta di bellezza e attrice, Pupetta recitò nel film “Delitto a Posillipo”, che narra alcune sue vicende giudiziarie, e nel 2013 andò in onda la miniserie televisiva “Il coraggio e la passione” liberamente ispirata alla sua vita.
La chiamavano Lady Camorra ma il suo vero nome era Assunta Maresca, detta “Pupetta”: fu la prima donna a sfidare la Nuova camorra organizzata di Raffaele Cutolo (1), rompendo il tabù secondo cui il comando di un’organizzazione criminale di stampo mafioso non poteva finire in mani femminili. Poco dopo il matrimonio con il boss della camorra “precutoliana”, Pasquale Simonetti, sparò al presunto mandante dell’omicidio del marito, uccidendolo: era al sesto mese di gravidanza. Partorì in carcere, dove rimase per 10 anni prima di ottenere la grazia e negli anni Ottanta fu accusata di aver ordinato l'omicidio di un altro uomo di fiducia di Cutolo, ma fu assolta per mancanza di prove.
In quegli stessi anni, sempre a Napoli, anche un’altra donna incuteva rispetto e timore: Domenica Rosa Cutolo, detta Rosetta, la portavoce del fratello Raffaele durante le sue lunghe detenzioni. Con i suoi lineamenti duri e il naso aquilino, vestita di nero e con i capelli quasi sempre raccolti, Rosetta in pubblico si mostrava dimessa e silenziosa per non destare sospetti e non offuscare il carisma del boss. Pur non comparendo nelle gerarchie ufficiali dell’organizzazione, rigorosamente maschili, svolse un ruolo cardine al suo interno: ne gestiva i conti, faceva riscuotere i proventi del racket, sovrintendeva le affiliazioni e definiva la strategia criminale. Dopo il terremoto dell’Irpinia del 1980, in accordo col fratello cominciò a corrompere i politici e a organizzare estorsioni a mano armata e attentati dinamitardi per pilotare l’attribuzione degli appalti milionari stanziati per la ricostruzione.
Un’altra storica figura femminile della criminalità campana è stata Anna Mazza, alias la “vedova nera della Camorra”, la prima a essere condannata per reati di associazione mafiosa in Italia, nel 1987. Moglie di Gennaro Moccia, il “padrino” di Afragola (Napoli) ucciso negli anni Settanta, per venti anni fu a capo di uno dei clan più potenti nella gestione degli appalti edili, nel controllo delle cave estrattive e nell’acquisto di terreni edificabili.
La prima donna boss nella storia di Cosa Nostra fu, invece, la siciliana Giusy Vitale, che negli anni Novanta, mentre i fratelli Vito, Leonardo e Michele erano in carcere, assunse il completo dominio di Partinico, vicino Palermo. Dotata di straordinario carisma, ricevette sin da piccola un’educazione maschile e non ebbe problemi a gestire i traffici di droga e armi né a portare avanti le politiche di estorsione e corruzione della famiglia prima di essere arrestata. Decise, poi, di collaborare con la giustizia ma tornò a occuparsi degli affari del clan e fu riarrestata nel 2021.
L’incredibile storia di “Mamma eroina”

«Io mi chiamo Maria Serraino e il mio cognome si è sempre fatto sentire negli anni» disse ai carabinieri poco dopo l’arresto. E, in effetti, quell’anziana in manette era una delle poche donne alla quale la ‘Ndrangheta riconobbe il ruolo di boss.
Tra gli anni Settanta e Novanta fu lei a gestire il potentissimo clan omonimo originario di Cardeto, in provincia di Reggio Calabria, diventando la leader indiscussa del traffico di droga in Lombardia, con ramificazioni in Turchia, Marocco e Colombia. Maria apparteneva a un’antica e rispettata famiglia della ‘Ndrangheta rurale reggina, dove le figlie femmine obbedivano ciecamente ai parenti maschi, che avrebbero esercitato un potere illimitato su di loro.
Sin da adolescente, però, Maria fece ogni cosa a modo suo, innamorandosi addirittura di una guardia carceraria, il massimo del disonore per una ‘ndranghetista, ed educando il loro primogenito a diventare un capoclan malgrado non avesse il cognome “giusto”. Nel 1963 si trasferì con la famiglia a Milano e cominciò a fare affari con il contrabbando di sigarette. Poco dopo assunse il controllo completo della zona nord dove dagli anni Settanta gestì un enorme traffico internazionale di hashish, eroina, cocaina ed ecstasy. Si alzava all’alba per pulire casa e preparare da mangiare ai suoi 12 figli e usciva solo per fare la spesa, proprio come una qualsiasi casalinga del Sud Italia. Come spesso accade per le donne di potere, la sua fu in effetti una figura ambigua: viene ancora oggi ricordata come una madre amorevole e persino i negozianti di zona la chiamavano La Signora, descrivendola come una persona rispettosa e discreta. Eppure, Serraino è stata classificata nelle carte processuali come la criminale più pericolosa d'Italia: pur essendo analfabeta (firmava con una croce) gestiva tutti i conti dei traffici illeciti della famiglia, acquistava, raffinava e stoccava personalmente l’eroina organizzandone lo spaccio nelle piazze e mise in piedi anche un ramificato sistema di consegne a domicilio grazie ai suoi figli, molti dei quali all’epoca ancora minorenni. Due di loro morirono per overdose perché lei li ricompensava spesso con alcune dosi, usanza che le valse il soprannome di “Mamma eroina”. La sua casa era una vera e propria raffineria clandestina di stupefacenti e il quartier generale del clan che rispondeva solo agli ordini impartiti da lei, in grembiule e ciabatte.
Quando la figlia Rita, che da piccola impastava l’eroina nella vasca da bagno, fu fermata con oltre mille pasticche di ecstasy e decise di collaborare con la giustizia, il suo impero si sgretolò e lei fu condannata all'ergastolo per associazione mafiosa e omicidio. “Mi è sempre piaciuto l’ordine”, disse in una delle ultime interviste poco prima di morire nella sua casa milanese dove scontava la pena per motivi di salute.
Il simbolismo religioso
Le organizzazioni mafiose usano spesso immagini sacre, preghiere e rituali per rafforzare la propria identità ed esercitare fascinazione, timore e rispetto sui nuovi affiliati, mostrando una particolare predilezione per sante e madonne. Persino il termine usato per indicare il capo supremo di Cosa Nostra o della Camorra, “Mammasantissima”, richiama la “madre santissima” del culto cattolico, qui invocata in un’esclamazione di terrore.

“La ‘Ndrangheta ha due protettori”, spiega Anna Sergi, criminologa docente all'università Alma Mater di Bologna, honorary professor dell’università di Essex (UK) e di Melbourne. “Uno è San Michele Arcangelo, protettore di mafiosi e poliziotti, rappresentato mentre infilza con una spada una vittima distesa ai suoi piedi e perciò considerato il simbolo della virilità tramite la forza e la violenza armata. L’altra protettrice è la Madonna di Polsi, la madonna della disperazione. Al suo santuario nel comune di San Luca, in provincia di Reggio Calabria, si arriva per vie impervie, essendo collocato in basso: simbolicamente si scende negli inferi per raggiungerlo, è in mezzo a una valle di lacrime. Questa immagine sacra rispecchia pienamente l’immagine della donna di ‘Ndrangheta: forte e disposta a tutto pur di proteggere la sua terra che domina totalmente”.
Organizzazione criminale campana di stampo mafioso degli anni ’70 e ’80 fondata da Raffaele Cutolo.



