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Ipazia di Alessandria, Julius_Kronberg,1889. (Wikimedia Commons).
“Siamo sempre state filosofe. Lo eravamo anche prima di poter seguire un corso universitario, di poter pubblicare libri, di poter tenere conferenze pubbliche. Lo eravamo prima che iniziasse a collassare l’idea granitica secondo cui una donna che studiava fosse un abominio”. Comincia così la prefazione di Le regine della filosofia (1) scritta dalla filosofa italiana Maura Gancitano. Il volume, curato da Rebecca Buxton e Lisa Whiting, racconta la vita e le opere di 20 intellettuali di diverse epoche e culture per restituire l’incredibile vivacità del loro contributo teoretico, tuttora perlopiù assente dal dibattito accademico perché non conforme al canone predominante, esclusivamente maschile. Eppure, Diotima, Ipazia, Ban Zhao, Hannah Arendt, Iris Marion Young e Azuzag Y. Al-Hibri, solo per citarne alcune, hanno apportato un enorme arricchimento al pensiero critico, benché la narrazione ufficiale continui a escluderle. Lo studioso Philip Stokes nei suoi due testi dedicati alla storia della filosofia (2) cita soltanto Mary Wollstonecraft e Simone de Beauvoir, Anthony C. Crayling in The History of Philosophy non dedica neanche un capitolo alle pensatrici donne e le pubblicazioni che le riguardano sono ancora pochissime.
La maggior parte di loro ha condiviso le proprie idee attraverso diari, appunti, epistolari, romanzi, oppure collaborando alle opere di autori maschi, come Helen Taylor, che ebbe un ruolo fondamentale negli scritti sul genere di John Stuart Mill, o Edith Stein, che si occupò della curatela di un importante testo di Husserl (3) ma il suo nome fu poi sostituito da quello di Heidegger.
Altre, infine, sono state considerate non per il loro indubbio spessore culturale e filosofico, ma in quanto compagne, mogli o amanti di grandi intellettuali. È questo il caso di Simone de Beauvoir e Jean Paul Sartre, Hannah Arendt e Martin Heidegger e persino Lou von Salomé. La brillante scrittrice, filosofa e psicanalista russa, amatissima da Nietzsche, rifiutata la sua proposta di matrimonio condivise con lui un intenso sodalizio culturale che influenzò profondamente il suo lavoro, specialmente Così parlò Zarathustra.
Le radici dell’esclusione femminile

Le origini del fenomeno vanno ricercate nelle poleis, le città-stato dell’antica Grecia che a partire dal VII secolo a.C. si autodefinirono come comunità politiche escludendo schiavi e donne, considerati inferiori. Queste ultime, in particolare, erano relegate allo spazio domestico e spesso venivano abbandonate alla nascita per non gravare economicamente sulla famiglia. Sebbene numerose fonti (4) confermino che nelle precedenti civiltà minoica e micenea le donne ricoprissero posizioni di prestigio nell’ambito politico e religioso, nei secoli bui del cosiddetto Medioevo ellenico (XII-VIII sec. a.C.) la loro importanza si ridusse drasticamente. Le prime leggi scritte emanate ad Atene da Draconte (VII sec. a.C.) regolavano severamente il loro comportamento sessuale, essendo l’adulterio una grave minaccia per la sicurezza cittadina. Considerate “per natura” prive di ragione, deboli, incapaci di dominare i propri impulsi, ingannevoli e seduttive, le mogli svolgevano una funzione esclusivamente riproduttiva. Ma persino il loro contributo nella nascita dei figli fu oggetto di un acceso dibattito tra i primi filosofi che, pur concordando sull’evidenza che fossero loro a partorirli, tendevano a considerarli frutto esclusivo del seme paterno. Le donne non potevano studiare né educare la prole, eppure alcune di loro raggiunsero un grande spessore culturale, malgrado le loro opere siano andate perdute. In
Storia delle donne filosofe (1690), il latinista francese Gilles Ménage descrive ben 65 pensatrici dell’antichità, suddivise in base alla scuola di appartenenza: platonica, accademica, epicurea, megarica, cirenaica, neoplatonica, pitagorica e di corrente incerta.
Tra loro spicca senza dubbio Diotima di Mantinea, essendo una delle poche protagoniste femminili dei dialoghi di Platone, benché fosse Socrate a riportare le conversazioni avute in privato con lei. Che sia realmente esistita o no, il suo ruolo fu fondamentale nella storia della filosofia antica per le sue idee sull’amore e sulla bellezza espresse nel Simposio. Anche Aspasia di Mileto fu una figura di spicco nell’Atene del V secolo a.C.. Insegnò retorica a Pericle, di cui era concubina, e filosofia a Socrate, che da lei apprese il metodo che lo rese celebre: il dialogo maieutico. Era da molti definita “ragionatrice sottile” e “maestra d’eloquenza”, benché le sue posizioni progressiste sulla questione femminile e sul matrimonio attirassero critiche feroci. Secoli dopo, Ipazia d’Alessandria teneva in piazza lezioni di matematica, astronomia e filosofia così apprezzate da essere frequentate da nobili, politici e intellettuali.
Prospettive plurali
“Trattenere le donne in un’abissale ignoranza era fondamentale per il dominio maschile, poiché la non conoscenza impediva loro di impossessarsi degli strumenti di liberazione”, scrive Francesca Romana Recchia Luciani, docente di storia delle filosofie contemporanee all’università di Bari e coordinatrice del dottorato in Gender Studies (5). “Questa è la più importante delle ragioni che spiegano perché quella che per secoli ha preteso di venire considerata come la regina delle scienze, il sapere dei saperi, ossia la filosofia, sia stata anche e per così a lungo una delle aree della cultura più ostica verso le donne”.
Benché in Italia sempre più studentesse scelgano questo percorso di studi, infatti, poche proseguono la carriera accademica dopo la laurea e ancora non esistono corsi esplicitamente di genere. Il mondo anglosassone sembra più aperto a lasciarsi attraversare da nuove letture: il Centre for New Narratives in the History of Philosophy della Columbia University e il sito Project Vox valorizzano le autrici di epoca moderna, la Society for Women in Philosophy organizza conferenze internazionali dedicate al contributo femminile alla storia del pensiero e il Centre for the History of Women Philosophers and Scientists, in Germania, ogni estate ospita specifici seminari a riguardo. La collana Re-reading the Canon della Penn State University Press pubblica saggi che rileggono in un’ottica femminista i grandi classici della filosofia occidentale: un passaggio indispensabile per decostruire i condizionamenti culturali e le dinamiche di potere che tuttora continuano a veicolare.

