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La pornografia mainstream è nata nel 1953 negli Stati Uniti con la rivista Playboy, che trasformò l’immaginario machista in un fenomeno di massa diffondendo fotografie di donne ammiccanti dai fisici statuari, depilati e magrissimi.
Oggi questa industria dal fatturato milionario rafforza e diffonde gli stereotipi di genere, mettendo in scena le fantasie degli uomini per il loro esclusivo soddisfacimento sessuale. La rappresentazione del desiderio femminile è, infatti, completamente assente nei materiali prodotti, che mostrano maschi alpha muscolosi e performanti e donne-bambole senza pulsioni a loro uso e consumo.
Uno studio pubblicato nel 2017 su The Journal of Sex Research rilevava che nei 50 video più visti di Pornhub, la terza piattaforma di porno al mondo con oltre 2 milioni di visite mensili, l’orgasmo femminile compariva solo nel 18,3% dei casi. Questo conferma la matrice profondamente patriarcale di un fenomeno ormai diventato il principale dispositivo di controllo sui corpi perché riproduce i meccanismi di oppressione della società stabilendo, inoltre, cosa sia desiderabile e cosa no, cosa “normalità” e cosa “perversione”.
Pornografia mainstream e cultura dello stupro
Diverse ricerche confermano il collegamento tra pornografia mainstream e cultura dello stupro, sottolineando il sessismo insito nel male gaze, lo sguardo maschile che trasforma le donne in meri oggetti sessuali alimentando aspettative irrealistiche, soprattutto negli adolescenti. Secondo uno studio della Middlesex University di Londra, più della metà dei giovani tra gli 11 e i 16 anni pensa che quei video rispecchino esperienze reali e questo altera la loro percezione del sesso, rendendolo qualcosa di performativo e meccanico. Inoltre, chi guarda porno violenti considera più accettabili atteggiamenti aggressivi e abusi sessuali. “Sappiamo che alcuni giovani uomini vogliono riprodurre quello che vedono e quindi si aspettano che le ragazze ubbidiscano alle loro richieste, ai loro desideri o ai loro gesti”, ha commentato la docente di criminologia della Middelsex University Elena Martellozzo, sottolineando come questo mini il concetto stesso di consenso.
Oggi sono moltissime le autrici di film erotici artistici, realistici e non discriminatori che definiscono il proprio lavoro “Postporno”, “porno etico”, “indipendente”, “femminista” o “queer”.
Un altro porno è possibile?

I primi segni di ribellione alla pornografia maistream risalgono agli anni Settanta, quando la pornostar statunitense Annie Sprinkle cominciò ad accoppiarsi con nani, travestiti e uomini trans esibendosi in pratiche sessuali estreme. Il suo primo film, “Deep Inside Annie Sprinkle” (1982), inaugurò un nuovo porno fatto da donne per donne dove la diversità per la prima volta diventava protagonista reclamando il proprio diritto al piacere invece di essere relegata a oggetto di morbose perversioni o viziose pratiche voyeuriste.
Un’altra figura cardine di questa rivoluzione dell’immaginario erotico è la francese Ovidie Becht, la prima pornostar femminista europea e autrice di “Porno manifesto. Storia di una passione proibita”, un libro che parla di dominio maschile, diritti delle sex workers, sfruttamento nell’industria del porno e femminismo pro-sex dando voce a molte attrici hard.
“Il cambiamento parte dall’interno. Un porno che non abbia radici nello sfruttamento e nella misoginia è possibile cambiando le narrazioni e mettendo in atto una svolta positiva nel processo di produzione”, afferma Erika Lust, la regista svedese che racconta il piacere senza stereotipi e sui suoi set considera centrale il consenso tra attori e attrici. Lust esordì nel 2004 con un corto indipendente e oggi gestisce una piattaforma tutta al femminile di lungometraggi e serie TV, una di soft porn e un sito di cortometraggi ispirati alle fantasie di utenti anonimi.
All’inizio degli anni Duemila quasi tutto il porno alternativo europeo era prodotto in Spagna, grazie a Paul B. Preciado, Lucía Egana Rojas, al collettivo Girls who like Porno e al Festival Muestra Marrana che si è svolto a Barcellona fino al 2015. Oggi sono moltissime le autrici di film erotici artistici, realistici e non discriminatori che definiscono il proprio lavoro “Postporno”, “porno etico”, “indipendente”, “femminista” o “queer”.

Come spiega Valentine aka Fluida Wolf, attivista Postporno transfemminista e drag-bitch, il porno è indipendente “quando dietro non ci sono grandi interessi finanziari o compagnie; è etico perché queste piccole produzioni pongono spesso l’accento sui diritti di chi lavora per loro garantendo equità negli stipendi, protezioni durante il sesso e la crucialità del consenso; è femminista nel momento in cui decide di posizionarsi politicamente e dare visibilità al piacere e all’autodeterminazione di tutti quei soggetti da sempre oppressi dal patriarcato; è queer nell’offrire una rappresentazione della sessualità dei corpi e delle pratiche che travalica e rompe con il binarismo di genere”. Davanti alle telecamere compaiono, infatti, persone non bianche, non binarie, deformi, disabili, malate, anziane ed elementi normalmente considerati disturbanti, come mestruo, inestetismi, peli e preservativi.
“Il postporno come movimento qui in Europa mi sembra che abbia fatto il suo tempo, il suo potenziale ha già determinato una serie di cambiamenti nell’estetica, nell’immaginario, nella consapevolezza che anche la pornografia è un fatto politico – ma credo che come movimento qui non esista più”, ha dichiarato Slavina, performer italiana, pornografa femminista, blogger ed educatrice sessuale. “Ma speriamo che il suo spirito risorga in ogni spazio sex positive (ci sono, trovateli!), in ogni visione collettiva di materiale sessualmente esplicito in festival o rassegne (ce ne sono, andateci!), in ogni ribellione al conformismo, all’imperativo della competitività e all’idea di normalità – nel sesso, nelle relazioni, nell’identità. Se abbiamo lasciato un’eredità spero che sia questa”.