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Immagine di copertina: Maria Rita Macchioni. Foto di Francesco Van Straten.
Il paese di San Martino in Rio è così deserto e silenzioso da sembrare addormentato, mentre la pianura attorno è avvolta da una nebbia leggera che rende l’atmosfera ancor più ovattata e surreale. Questo piccolo borgo in provincia di Reggio Emilia è da anni l’epicentro di uno studio dedicato a un’antica tecnica di medicina popolare basata sul potere arcano dei simboli e sulla potenza ancestrale di gesti, immagini e parole: la segnatura.

“Il termine si riferisce all’uso di specifici segni fatti con la mano associati ad alcuni oggetti, che io chiamo elementi mediatori, e a particolari formule segrete che mescolano elementi sacri e profani, in italiano e in dialetto”, spiega a Medfeminiswiya Antonella Bartolucci, l’antropologa che dal 1992 effettua approfondite ricerche sul fenomeno, in parte confluite nei suoi tre libri, l’ultimo dei quali, “Voci sussurrate”, appena pubblicato in Italia (1). Il metodo, applicato sia a esseri umani sia ad animali, riguarda malattie non gravi, come distorsioni e slogature, parassiti intestinali, herpes zoster, comunemente chiamato “fuoco di sant’Antonio”, porri, scottature, verruche, emorroidi, cataratte, congiuntivite e orzaiolo. La pratica è stata profondamente influenzata dal cattolicesimo, come si evince dalle formule che includono invocazioni a Dio, a Gesù e alla Madonna e ad alcuni santi che si ritiene siano “specializzati” nella cura delle diverse patologie: sant’Antonio nel fuoco, santa Lucia nei disturbi degli occhi, san Mauro in quelli delle ossa, san Faustino nel mal di testa e san Rocco nel mal di gola. “Nel rituale vengono impiegati semplici oggetti di uso quotidiano, come tegamini, tazze, fili di lana o di cotone, bicchieri, forchette, fedi nuziali e croci benedette”, spiega la studiosa. Molte persone segnano prima dell’alba o dopo il tramonto, per tre giorni consecutivi e preferibilmente nello stesso quarto di luna in cui il malanno si è manifestato. “L’acqua è un elemento ricorrente in molte pratiche perché si pensa che porti via il male e, dopo esser stata versata sulla parte del corpo da curare, viene gettata lontano dall’abitazione”, precisa Bartolucci, che finora ha individuato circa 100 segnatrici e segnatori nel territorio compreso tra San Martino in Rio, dove risiede, e le frazioni limitrofe, intervistandone alcun* persino in Campania, Valle d’Aosta e nell’Appennino centrale, benché il fenomeno, spiega, sia estremamente diffuso anche al Sud e nelle isole. “Il primo impatto della mia ricerca è stato faticosissimo”, ricorda. “Nonostante mi presentassi come laureanda dell’Università di Bologna e fossi supportata dall’impiegata della biblioteca comunale, molte porte mi furono sbattute in faccia per il terrore che potessi rubare la formula usata nei rituali, che deve rimanere segreta per non perdere la sua efficacia e per non finire nelle mani sbagliate. Nel tempo ho conquistato la fiducia di molte anziane guaritrici, ma ormai la maggior parte di loro è venuta a mancare, come Agostina, scomparsa pochi mesi fa quasi novantenne. Quando la conobbi aveva 58 anni! A 13 già lavorava nei campi – si sposò giovanissima – ma la suocera la umiliava spesso per l’estrema povertà della sua famiglia di provenienza. Le donne con vissuti di grande marginalità come il suo, segnando avevano l’occasione di riscattarsi a livello sociale acquistando un certo potere all’interno della comunità. Per alcune di loro è ancora oggi così”.
Un aspetto particolarmente significativo dei dati da lei raccolti riguarda l’evidente prevalenza femminile: delle 16 persone intervistate tra il 1992 e il 1995 14 erano donne, 18 su 21 quelle individuate tra il 2013 e il 2016. L’età di queste “streghe buone”, così chiamate per distinguerle da quelle demonizzate dalla Chiesa negli anni bui dell’Inquisizione cattolica (2), oscilla tra i 28 e i 90 anni, a dimostrazione che il fenomeno è tutt’altro che in via d’estinzione. “Tradizionalmente la donna si è sempre presa cura dei bambini, degli anziani, degli ammalati, degli animali, dunque non stupisce che questo patrimonio di conoscenze sia stato tramandato nei secoli per via principalmente matrilineare”, precisa l’antropologa. “Ma bisogna mettere in discussione l’identificazione tra la cura e le donne liberando la prima dalla retorica dell’altruismo e prendendo coscienza del fatto che sono sempre più numerose coloro che si emancipano da una condizione di soggette alla cura per riconoscersi finalmente come soggetti di cura. Quelle che oggi si occupano di guarigione scelgono consapevolmente di farlo, senza dare per scontato che debbano offrire supporto alle persone ammalate proprio perché sono donne”.

Maria Rita Macchioni ne è l’esempio. Mi accoglie sorridendo, in jeans e giacca di pelle nera, spalancando curiosa due occhi celesti e luminosi incorniciati da una cascata di boccoli dorati. Da tempo gestisce una copisteria nel centro di Reggio Emilia e si è avvicinata a questo mondo 16 anni fa, quando al figlio fu diagnosticato un violento fuoco di sant’Antonio. “Fu la mia dottoressa a consigliarmi di farlo segnare, ma io all’epoca non sapevo neanche cosa significasse. Dopo alcune ricerche trovammo un’anziana che viveva nelle campagne qui intorno e poco dopo il rituale la sua malattia sparì completamente. Rimasi molto affascinata da quell’esperienza e cominciai ad approfondire. Quando incontrai Antonella (Bartolucci, ndR), alla presentazione di un suo libro, le chiesi subito a chi potessi rivolgermi per imparare”.
Il lascito, così viene chiamato il passaggio del dono, può esser fatto solo la notte di Natale o il venerdì Santo (due giorni prima della Pasqua cattolica, ndR), preferibilmente a chi ha, o ha avuto, parenti segnatori. In passato la trasmissione avveniva soprattutto tra suocera e nuora, che nella società contadina era la donna più vicina alle anziane della famiglia, con le quali conviveva nella casa del marito. Oggi, invece, viene passato perlopiù da nonne a nipoti, ma anche ad amiche e vicine di casa. A Maria Rita è arrivata da Rosanna, una segnatrice di Parma. “Ero emozionatissima quando andai da lei quel venerdì Santo”, ricorda. “Mi insegnò il rituale per il fuoco di sant’Antonio e per la storta: non potendo trascrivere nulla ho imparato le formule a memoria. Appena due giorni dopo, al pranzo di pasquetta, un’amica si presentò zoppicando per una brutta distorsione alla caviglia. Le dissi: se vuoi proviamo, ma non ti garantisco nulla. Del resto era la mia prima volta! Eppure funzionò perfettamente, io presi coraggio e da allora non ho più smesso”. Oggi Maria Rita segna anche herpes, parassiti intestinali, nervi accavallati, porri, verruche e scottature e a sua volta ha passato il dono ad altre persone, prevalentemente donne.
La segnatura può essere fatta anche al telefono o tramite WhatsAPP, spiega, basta conoscere il nome della persona da trattare e avere una sua foto. “All’inizio per il fuoco di sant’Antonio lavoravo solo in presenza. Ricordo ancora il caso di una signora ultranovantenne affetta da demenza e allettata. Mi chiamò la figlia per curarle un bruttissimo fuoco che, però, non era visibile e lei a stento riusciva a indicarmi dove sentiva dolore. Appena iniziai il rituale sulla sua pelle comparvero una luna brillante e dei puntini luminosi, come se la malattia mi stesse mostrando dov’era: fu incredibile, ancora mi emoziona parlarne!”. Come elementi mediatori Maria Rita usa chicchi di grano, acqua, “che riattiva e mette in movimento”, croce e fede benedette, cordini rossi di cotone e ciotole di terracotta. “La natura torna sempre nelle sue diverse manifestazioni”, continua, “quando lavoro a distanza a volte uso gli alberi del mio giardino per orientarmi nella direzione della persona da segnare e mi concentro su un ramo come fosse il suo arto. Se, per esempio, devo trattare una storta, invece di girare con la mia ciotola piena d’acqua attorno alla gamba mi muovo attorno all’albero recitando la formula, sempre per tre volte o multipli di tre. Per me la gioia più grande è poter essere di aiuto, alleviare il dolore, sapere che la malattia è guarita”, racconta, precisando che il suo servizio è completamente gratuito: “Non lo facciamo per soldi, non chiediamo denaro ma non possiamo rifiutare le libere offerte di chi viene da noi, sempre tramite il passaparola perché non facciamo nessuna pubblicità”. In passato venivano regalati prodotti della terra, come frutta, uova, dolci, formaggio e legna, ora perlopiù oggetti per la casa o piante. “Io suggerisco di fare beneficenza, ma se le persone preferiscono lasciarmi soldi li raccolgo in una busta e a fine mese li porto al canile oppure li do a chi è in difficoltà”.
Ma cosa spinge ancora oggi la gente ad affidarsi a questi antichi rituali?
Secondo Bartolucci la generale tendenza a rivalutare la medicina popolare e le antiche conoscenze erboristiche esprime un certo rifiuto dell’attuale pratica medica, sempre più burocratizzata, impersonale, distaccata, dove spesso chi cura non guarda nemmeno i pazienti negli occhi e invia loro le ricette tramite e-mail. Molte sono le persone colte o dei ceti agiati che ricorrono a questi rimedi tradizionali, perché deluse dall’approccio meramente scientifico o perché apprezzano ciò che chi segna ha loro da offrire: spazio e tempo, accudimento, attenzione, ascolto empatico. Questi interventi non interferiscono in alcun modo con i protocolli “ufficiali”, precisa Maria Rita, che riceve addirittura persone inviate dai dottori della zona. “Alcuni medici mi mandano i loro pazienti da segnare, ma non abbiamo ancora avuto modo di parlare direttamente. Mi sono, invece, già confrontata con qualche parroco, che non ha mostrato nessuna diffidenza nei miei confronti, forse perché il mio è un aiuto disinteressato alla comunità, quasi una forma di volontariato. Innesco nella gente un processo di autoguarigione, offro sostegno, me ne prendo cura, faccio circolare l’energia. Un beneficio c’è in ogni caso”, conclude.

